Search for happiness.

Sin da quando ero bambina avevo un solo desiderio che prevaleva su tutti: essere felice.

Con il tempo questo desiderio non è mutato.
Lo esprimevo quando spegnevo le candeline sulla torta del mio ennesimo compleanno, quando alzavo gli occhi al cielo e, come d’incanto, vedevo una stella cadente, quando alla “fontana dei desideri” mi accingevo a lanciare una monetina alle mie spalle.

Ho sempre saputo quanto cara ed effimera fosse quella stupida felicità.
Ma, non ho mai imparato a tenermela salda.

L’ho cercata tante volte. Ovunque.
L’ho cercata nei rapporti con le persone, nello studio, nella lettura di libri, nella musica, nelle mie passioni, nei miei sogni.
Eppure, ogni volta, mi sembrava sempre più lontana.

L’ho cercata nell’amore poi, crescendo.
Quell’amore che non ho mai saputo come funzionasse sul serio. Per me, è sempre stato un giocattolo irreparabile messo per puro caso nella mia vita.
Delle volte lo trovo, provo ad aggiustarlo, a farlo funzionare. Ma poi, ci rinuncio e lo distruggo di nuovo.

L’ho cercata nelle stelle, quando di notte mi sono ritrovata da sola a vagare per le strade buie e silenziose.
Senza nessuno che sapesse dove fossi, lontana dalla mia città e la mia famiglia.
Ho sperato che le stelle fossero la risposta a tutti i problemi.

L’ho cercata addirittura nel dolore.
Perché qualcuno disse che non esiste felicità se prima non c’è tristezza.

Oggi, ancora non so dirvi esattamente dove sia la mia felicità.
Ma, ho smesso di cercarla fuori ed ho iniziato a scavare dentro.
Dentro di me esiste un mondo di cui non ero a conoscenza, pieno di buchi, sabbie mobili e dune invalicabili.

Che, la felicità è una fonte introvabile ma, una piccola parte si nasconde dentro ognuno di noi.
Bisogna solo concentrarsi sul prendersi cura di sé, sullo spendere tempo per sé, per il proprio miglioramento, per la propria completezza.

Perché non c’è e mai ci sarà qualcuno per cui valga veramente la pena annullarsi.
Non esiste scusa peggiore del “non ho avuto tempo per me stesso perché ho dovuto spendere il mio tempo per qualcun altro”.

Essere con qualcuno non significa dimenticarsi di sé.

 

 

 

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– control your life.

Sono disordinata, lo ammetto.
I vestiti sul letto, il make up sulla scrivania, le bottiglie d’acqua sparse per la stanza.
Mi definirei quel tipo di persona che è ordinata nel suo disordine.

Sono disordinata, devo confessarlo. Ma, amo organizzare.
Sono quasi maniacale sull’organizzazione delle cose.

Riordino i libri in sequenza in base alla loro altezza, sistemo gli smalti in base alla tonalità dei colori, i profumi in base alla quantità rimasta ed i cd in base alla data d’uscita.

Amo lasciare le cose di fila.
In modo da ritrovarsi l’uno dietro all’altro ed accanto allo stesso tempo.
Come soldati in riga.
Se solo uno di loro perde l’equilibrio e cade, tutti gli altri sono costretti a seguirlo, di conseguenza.

Non c’è modo di fermarli.

Amo creare un effetto domino di mia spontanea volontà, perché mi aiuta a ricordare che è ciò che accade nella vita di tutti i giorni.

Amo la maniacalità che si crea nella mia organizzazione.

Mi riempie la mente, mi aiuta a non pensare, ed a convincermi che qualcosa, dopotutto, posso ancora controllarla.

Mi piace che le cose siano sempre al posto giusto; in ordine, in riga, nella giusta lunghezza d’onda.
E, scoprire che qualcuno le ha toccate o non rimesse al proprio posto, è un qualcosa che mi fa saltare i nervi.
Voglio ritrovarle sempre come sono solita lasciarle, nel modo esatto.
Che poi, un modo esatto non esiste. Non sarà mai uguale al mio.

Amo controllare.
Quel controllo mi da potenza, mi da sicurezza, mi da forza.
L’idea che ci sia qualcosa che io posso manipolare senza difficoltà, mi fa stare bene.
Mi riempie, in un modo un po’ bizzarro ed ambiguo.

L’idea di riuscire a controllare mi tranquillizza.
E’ per questo che le relazioni mi spaventano.
Sono instabili ed è quell’instabilità a terrorizzarmi, sempre.

Can I help you, not to hurt, anymore?

 

Fino a qualche mese fa avevo come la sensazione che dentro di me non ci fosse più nulla.
Credevo che l’apatia avesse preso il sopravvento, trascinandomi in un buco nero senza emozioni.
Pensavo di essermi spenta, in realtà. Proprio come la fiammella di una candela di poco conto. Una volta che la cera s’è consumata, decede anche lei, abbandonandosi senza alcuna opposizione al proprio destino.

Fino a qualche mese fa avevo solo una certezza: che la mia vita era diventata come una stupida foglia che, al primo colpo di vento, si lascia cadere dall’albero.

Priva di ogni senso.

Ho pianto, mi sono sfogata, sono stata tra le mie stesse braccia più volte.
Senza conforto, né supporto.

Sono sempre stata lì inerme mentre le lacrime colmavano gli occhi e mi rigavano il viso.
Avevo bisogno di una spalla amica, di qualcuno a cui appoggiarmi, di un petto da bagnare.
Di un sostegno.

Mi sono concessa di essere debole, di crollare.
Di cadere, da sola. Senza nessuno che mi prendesse.

“Tanto, una volta raggiunto il fondo si può solo risalire”, mi dicevo.

E’ questa notte che ci penso. Mentre vacillo in un buio che già conosce il mio nome.
Il silenzio, che scorre tra queste strade troppo strette, è affilato come una lama. Tocca la pelle, taglia e penetra all’interno. La pioggia, invece, è così sottile che a stento riesce a sfiorare il viso tra un passo e l’altro. Quasi avesse paura di toccarmi e farmi male.
Ma, il male che provo adesso è tutt’altro che esterno.
Alla tranquillità di questo posto, si sovrappone la mia tempesta interiore che non accenna a fermarsi. I miei pensieri si affollano, risalendo, annaspando l’uno contro l’altro in un infinito flamenco.

Respiro a stento, quasi lo dimentico.
Ciò che non riesco a dimenticare, però, è il bisogno che sento. 
Quello di avere qualcuno che mi renda felice, veramente.
Quello di avere qualcuno che so che non potrei perdere mai.
E tutto ciò che non riesco a dimenticare è il vuoto che tutti gli altri hanno lasciato.

Buffa la precarietà di tutto ciò. 
Di relazioni che nascono e muoiono con la stessa facilità.
Per una come me che, di relazioni non ha mai voluto parlarne a lungo termine, è un qualcosa di veramente assurdo.
E’ come se, mentre prima cercassi di farla finita dopo qualche mese, ora volessi non finisse mai.
Sono così spaventata dalla precarietà di questi rapporti che, prima o poi, saprò finiti.

Dove viviamo ora non è la vita reale di nessuno. E’ solo un mondo utopico in cui ognuno di noi ha voluto rifugiarsi per fuggire dai propri demoni.
Un mondo di cui oggi facciamo parte, domani chissà. Un mondo che non ci ha visti nascere e crescere. Un mondo che ci ha adottati, per un tempo limitato.

Mentre cercavo di non piangere e stare sola, qualcuno mi ha guardata negli occhi e mi ha detto: tu non stai bene, non fingere che sia così.
E quelle parole mi hanno scossa così forte da non poterle ignorare.
Erano vere. E non ero stata io a pronunciarle.
Provenivano dalla bocca di qualcun altro, che nemmeno mi conosceva.

“Io e te siamo uguali. E’ per questo che mi spaventi”.

Ed era vero. Eravamo più simili di quanto potessimo immaginare. Nonostante i muri e gli ostacoli, nonostante le differenze culturali e tre lingue diverse su cui aggrapparsi per spiegarsi.

A volte, ne siamo inconsapevoli.
Pensiamo che tenere tutto dentro faccia bene, che ci renda forti, ci gonfi di coraggio. Come se nascondendo un dolore si possa soffrire di meno.
In realtà, non è affatto così.

Non è vero che si soffre di meno, che si diventa forti.
Non è vero che si è immuni a tutto e tutti.
Con questo atteggiamento riusciamo solo a sotterrare ogni cosa. Lo buttiamo sempre più in fondo, con la speranza che possa affondare. Non sapendo che troverà sempre una fine su cui giacere.

E, la cosa peggiore è che quando risalirà, perchè quel dolore risalirà eccome, sarà più carico e forte di prima.
Sarà devastante.

Il mio far finta di nulla, il mio opprimere dolore e sofferenza, il mio non pensarci, occupare spazio e tempo affinché la mia mente potesse deviare i pensieri, be’, non ha fatto altro che peggiorare il tutto: rapporti, vita sentimentale, lavorativa e familiare.
Ha rovinato ogni cosa.

E sono solo ora a rendermene conto. Ora che tutta la verità sembra essere venuta a galla, che ho trovato il vero coraggio. Quello di combattere contro i miei demoni, di affrontarli, di vedere il loro reale volto.
Non sono sicura che li batterò, ma so per certo che non sarà io quella a perdere la battaglia.

Ero scappata. Scappata da tutto ciò che mi apparteneva ma a cui sentivo di non appartenere. Ero scappata senza sapere di aver caricato nei miei bagagli anche tutti i miei problemi, disagi, i miei casini.
Ero scappata con la convinzione che potessi tener nascosto in un armadio ogni dolore.
Tutto.

E quel tutto, non l’avevo mai sconfitto.

Perché dopotutto, non ci vuole molto a stare bene.

Dipende esclusivamente da noi.
Da ciò che ci concediamo di essere, ciò che ci concediamo di fare.

Change your mind.

Oggi, nel coffee shop in cui lavoro è entrato un signore.
Apparentemente normale, tranquillo, sereno. Non aveva niente che avrebbe destato sospetto in lui, se lo si avesse guardato.
A primo impatto, persona affidabile, avrei detto. Allora, cosa c’è da preoccuparsi?

Entra e, con uno strano accento inglese di cui, a volte, capisco ancora poco e niente, chiede se avrebbe potuto lasciare un pacco in negozio perché troppo pesante. Sarebbe stato un ostacolo ingombrante portarselo dietro con lui ed andare dove stava andando. Aveva una commissione da sbrigare poco più avanti, sarebbe tornato in 15 minuti, mi dice.
Avrebbe fatto in fretta senza quel pacco dietro, ripete.

Senza pensarci su nemmeno due volte ho annuito, e detto di sì. Poteva fare con calma, non sarebbe stato un problema per me.
Mi è stato spontaneo dirgli che mi andava bene. Potevo aiutarlo, senza fare nulla. Perché negarglielo?

Ero sola questa mattina. Toccava a me aprire lo shop ed occuparmi di tutto il resto.
Ero sola in quei 15 minuti.

Lavoro con musulmani, che arrivano da ogni parte. Turchia, Iraq, Iran, Arabia Saudita, Egitto. Ho scoperto che non sono tutti uguali. Ho scoperto che non parlano tutti la stessa lingua, ho scoperto che alcuni di loro hanno usanze diverse, anche se le loro culture si abbracciano tanto.
Ho scoperto che tra di loro, percepiscono la differenza, eccome. Che a volte non scorre buon sangue.

In ogni caso, ho continuato ad essere sola durante quel tempo di attesa.
Ed ho iniziato a pensare, tanto. A pensare di tutto.

Io lavoro con le stesse persone che abbiamo temuto e temiamo tutt’ora.

Da grande stupida ho iniziato ad avere un po’ di paura, a farmi quasi catturare dall’idiozia e l’ignoranza di chi è cresciuto in una cultura occidentale. Di chi vede strano e diverso tutto il resto. Di chi non riesce ad integrarsi con chi è diverso, perché per quanto si possa credere di avere una mentalità aperta, non lo sarà mai abbastanza.

Quando poi, è così affascinante.

Be’, ho pensato tanto. Pensato che in quel pacco sarebbe potuto esserci di tutto.
Che, chissà, forse sarebbe stata una trappola. Che avrebbe potuto contenere un microchip, un segnalatore o qualcosa del genere. Che sarebbe potuto esplodere da un momento all’altro. Che qualcuno sarebbe arrivato a prendermi. Mi avrebbero usato come esca o chissà cosa.

Insomma, pippe mentali.

Poi ho riflettuto.
Mi sono chiesta perché.
Perché bisogna vivere con questa tremenda paura causata da ciò che la televisione ha voluto inculcarci.
Perché bisogna credere alle parole di chi, forse, non è mai veramente stato a contatto con persone di una cultura così differente.
Perché bisogna cedere d’innanzi a così tanta ignoranza.

Lavoro con musulmani e quando lo dico alla gente mi guardano spaventati, quasi increduli, sconvolti.
Io sorrido.
Lavoro con musulmani e quando qualcuno lo sente, la prima cosa che mi viene detta è uno “stai attenta”. Quando poi ciò di cui dovrei stare attenta sono proprio coloro che lo dicono.
Io sorrido.
Lavoro con musulmani e non mi sentirò mai integrata completamente a loro, lo so. Non potrò mai essere parte di una loro famiglia, mai essere d’accordo con il loro pensiero. Mai cedere ad un loro punto di vista.
Eppure, quando qualcuno di loro mi chiama “sister” un po’ sorrido e mi si riempie il cuore.
So che non mi considerano una di loro e che non lo faranno mai ma, in qualche parte del mondo, dopotutto, siamo tutti uguali.

Quel pacco alla fine poi non è mai esploso.
L’uomo è venuto a riprenderselo ringraziandomi del piacere.

Quel pacco mi ha cambiato la giornata.

Gli addii più silenziosi.

Sono io quella che va via, questa volta. Io quella che parte, quella che deve voltare le spalle a tutto, di nuovo.

Dopo una settimana, per ritornare alle abitudini, alla solita vita.

Dopo una settimana di ritorno alla normalità.

Questa volta sono io quella che deve abbandonare di nuovo affetti, legami ed unioni. Sono io che devo mollare, ancora, tutti.

E mi sembra così difficile. Mi sembra così impossibile. 

Catastrofico.

Salire su un treno, che in una corsa senza pudore, ti allontana sempre più dalla tua vita. Da ciò che di nuovo hai scoperto. Da ciò che avresti voluto portare con te.

Per la prima volta ho tanta voglia di fermarmi, voltarmi e guardarmi alle spalle. Chiedere di restare intrappolata in quei ricordi, riviverli ancora ed ancora poi.

Chissà se mi è concessa la possibilità di bloccare il tempo, trascorrere ancora qualche ora con te. Dimenticarci in qualche giorno in più, qualche sorriso di troppo. 

Qualche risata ancora.

Vorrei bloccare quelle lancette e tutto ciò che ci circonda.

Poter non dover mai dire addio.

Perché si sa, gli addii peggiori sono sempre quelli non detti. 

Quelli che non ti lascerebbero mai partire, che ti vorrebbero inchiodare allo stesso posto, trattenendoti qualche per sempre in più.

Quelli che non ti concedono il necessario ossigeno per respirare, perché respirare è impossibile se non sei più al mio fianco. 

Ed è così che annaspo. 

Tento di risalire dal mare della malinconia, ma questo dolore mi tiene attaccata con la fronte al finestrino di un treno ancora troppo vuoto per partire. 

Negli occhi inchiodati all’esterno, con la speranza di poter sovrastare spazio e tempo per raggiungerti.

Nella tristezza di un arrivederci che suona più come un addio, perché è dentro te che sai bene cos’è.

E, provo a trattenere le lacrime.

Provo a nascondermi da quell’estraneo che pare conoscere il mio dolore.

Provo a perdermi nella storia di quella ragazza seduta di fronte a me che continua a ricevere telefonate su telefonate. Che è in viaggio per lavoro, ha appena finito di disegnare un progetto.

Il suo progetto.

Vorrei poterle chiedere di modificare un po’ anche il mio. 

Ed ora che sono lontana sono questi chilometri a trafiggermi proprio come lame, l’uno dopo l’altro. 

So a cosa si ridurrà tutto questo ed essere spaventata è l’unica cosa che mi riesce meglio.

Tu non avrai tempo per me, io non avrò tempo per te. Tu sarai a divertiti con i tuoi amici, io a cercarne di nuovi. Tu sarai a sorridere con un’altra ragazza, io a fare la sostenuta con l’ennesimo corteggiatore di turno.

Non sarai tu con me.

Non sarò io con te.

Tutto ciò diventerà un’abitudine, diventerà un nulla.

Noi saremo nulla.

La verità è che…

Ecco uno dei tuoi peggiori difetti: il disinteresse.
Buffo, vero? Credevi non facesse parte di te, che fosse una cosa che non ti avrebbe mai e poi mai toccato, che non potesse colpirti.
Perché tu sei tu.
Sei il migliore, il più grande, colui che sa sempre tutto.
Che non potrebbe mai sbagliare.

Ed invece, eccomi qui a scrivere proprio di questo.
Del tuo disinteresse, del motivo che fondamentalmente ci ha allontanati.

Perché tu sì, ti disinteressi a tutto. Subito.
Non dimostri preoccupazioni, non hai cura, non coltivi.

Nulla.

La cosa più assurda è che credevi di conoscere tutto di me, di sapere cosa mi piaceva e cosa no, di capire i miei sguardi, di saper ascoltare i miei silenzi.
Credevi di avermi, credevi che ormai fossi tua.

Ti svelo un segreto: non hai mai capito nulla.

Non mi hai mai saputa conoscere, mai saputa prendere.
Non ti sei mai impegnato per accertarti che stessi bene. Mai preoccupato dei miei bisogni.
Hai sempre fatto tutto con la massima superficialità, come se avessi la sicurezza e la certezza che io fossi rimasta lì ad osservare. Che io non avessi avuto via di fuga. Che io potessi essere il tuo giocattolo.
Che tu avresti potuto fare ciò che ti pareva, per sempre.

Il tempo scorre, e le persone che non ne hanno da perdere hanno bisogno di qualche sicurezza in più. Ed io, di sicurezze da te non ne ho mai avute. Eccetto una: sei un bambino mai cresciuto.

Sai, i rapporti non si lasciano soli, mai.
Non sono capaci di crescere se non gli concedi le attenzioni necessarie.
Non sanno come evolversi, come fiorire se tu li metti li ad aspettare.

Io sono come un fiore.
Voglio essere nutrita ed annaffiata ogni giorno.
Voglio essere considerata.
Voglio essere amata.

Ho bisogno che qualcuno sia al mio fianco ogni giorno e che si renda conto del tempo che sfugge dalle mani. Che sappia sfruttare al meglio quel poco che ne rimane, che sappia apprezzare qualsiasi piccolo sforzo senza accusare.

Io sono come un fiore.

Cresco bene se non mi si abbandona.
Se non mi si lascia al mio stesso destino.

– what if?

Cosa sarebbe successo se avessimo parlato anziché annegare in stupidi silenzi? Senza lasciarci prendere ed incatenare dall’orgoglio, combattendo per un qualcosa che un tempo ci sembrava veramente grande ed inspiegabile.

Cosa sarebbe successo se avessimo guardato più a fondo anziché chiudere gli occhi e rinchiuderci, per poi essere risucchiati dall’oscurità? Senza nessuna via di fuga, senza nessun sottopassaggio che ci riportasse in superficie, verso la luce.

Cosa sarebbe successo se fossi rimasta, se non mi fossi lasciata deludere dal tuo atteggiamento, dalla tua arroganza e presunzione, da tutta la superficialità di cui ti vesti ogni giorno? Se, avessi continuato per la mia strada anziché deviare e seguire la tua. Se avessi smesso di ascoltare l’istinto, se fossi rimasta di più con i piedi per terra.

Cosa sarebbe successo se…

Delle volte penso che sia stupido il nostro comportamento, come quello di ogni essere umano. Ci si nega la verità solo per paura che possa far fin troppo male ma, al contempo, ci si ferisce costantemente con il suo stesso rinnegarsi. Perché dentro di noi, in fondo, già sappiamo ciò che vogliamo. Già sappiamo ciò che veramente ci renderebbe felice ma, non possiamo dirlo. Non possiamo esporlo altrimenti risulteremmo troppo deboli, troppo scoperti, troppo vulnerabili.

In realtà, forse, potremmo fare tutti di meglio.
Potremmo smetterla di continuare a camminare su strade sbagliate, di resistere in una vita che ci sta troppo stretta, di arrenderci alla quotidianità, di smettere di credere nei nostri sogni. Che, sono quelli che ci tengono in vita.
Potremmo smetterla di alzarci ogni giorno dal letto per andare a fare ciò che non ci piace, quello per cui non abbiamo mai lottato.

Potremmo smetterla di pensare che l’unico modo per andare avanti sia soffrire.

Non abbiamo bisogno di tanto, ma è quel poco che vorremmo che ci manca.

Forse perché cadiamo troppo in persone che non ci meritano, che non saziano la nostra anima, non curano la nostra malattia. Forse perché ci soffermiamo troppo a pensare alle conseguenze, ai lati positivi, a quelli negativi. Che poi chissà perché sono sempre quelli negativi che prevalgono.
Perché ci fermiamo nei luoghi sbagliati, credendo che siano gli unici esistenti. Che non ci sia altro posto da raggiungere, che tutto sia finito lì.

Forse perché riponiamo le speranze in chi non dovremmo, fidandoci anche se la nostra coscienza dice di no. Le tappiamo la bocca, impedendole di esprimersi e poi le diamo ragione solo quando alla fine abbiamo tirato la testa contro il muro e ci siamo fatti del male.
Più non vogliamo e più siamo capaci di ferirci.

E’ così che smettiamo di relazionarci con gli altri, è così che chiudiamo le porte del nostro mondo impedendo anche a tutto il resto di entrarci, è così che ci priviamo delle cose più belle, è così che diventiamo tristi, che ci sentiamo soli. Anche con noi stessi.

Ma poi apro gli occhi, tolgo le cuffie e mi accorgo di una cosa.

E’ il sorriso di uno sconosciuto a rincuorarmi.
E’ una sua parola a farmi sentire meglio.
E’ il confronto con chi non ho mai visto prima d’ora a riempirmi la giornata.

E’ tutto quello che non so, non quello che già conosco.

– discovering.

“La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva.”

D. Hume

Adesso capisco perché l’Inghilterra è definita triste.

Piove di continuo, il cielo è sempre grigio e la gente a stento ti guarda. Ma non perché non ha tempo per guardarti, semplicemente non gliene frega un bel niente di te.

Per una del sud come me non è semplice accettare tutto questo, soprattutto se stai affrontando il bruttissimo periodo in cui tutto ti sembra nero e la scelta di essersi trasferiti qui inizia a non sembrare poi così bella com’era.

Ho avuto voglia di tornare a casa, per un bel po’.

Tanta voglia di affondare nel mio comodissimo letto ed avere tutte le mie bellissime cose, che non dovrò condividere con nessuno. Le mie comodità, mia madre che mi fa trovare la cena pronta quando torno da lavoro ed i vestiti puliti quando la mattina devo uscire.
Un volto fidato in casa, la sicurezza che ci sia sempre qualcuno, qualsiasi cosa dovesse accaderti.

Tanta voglia di ritornare ad affacciarmi al balcone e vedere il Vesuvio, il cielo azzurro, il sole. La gente che per strada ti guarda male, a volte ti sorride, altre ti saluta addirittura pur non conoscendoti.

Tanta voglia di sentire qualcuno che parla la mia lingua, senza dover avere la paura di non sapermi spiegare o esprimermi a dovere.

Tanta voglia di arrabbiarmi nel traffico, perché i semafori non funzionano e le persone non rispettano le precedenze. Perché nulla va come dovrebbe andare e Napoli le regole non sa nemmeno cosa sono.

Tanta voglia di mangiare buon cibo, percepire l’odore di pizza per le strade e quello del mare nell’aria. Quello di una città che, seppur ferita, continua a vivere a testa alta.

Ho avuto tanta voglia di sentirmi a casa, la mia casa.

Forse vivevo nell’abitudine, si.
Forse la monotonia mi stava soffocando.
Forse vivevo male.
Forse avevo bisogno di partire alla scoperta di qualcosa di nuovo. Di cercare stimoli, avventure.
Forse volevo solamente vivere.

Ma, mi rendo conto che quella speranza era tutto ciò che mi teneva in vita.

Quando qualcosa si realizza, quando ce l’hai tra le mani, quando è vicina, finisce per non essere più così bella come quando la osservavi da lontano quasi fosse utopia.

Bisogna apprezzare ciò che si ha quando lo si ha, non quando lo perdiamo.

E così, stando qui ho scoperto che, in realtà, Bristol non è così male come sembrava. Non è così triste come credevo.

E’ buffa.
Proprio così.

Non è per niente la città che tutti si aspettano di trovare. Non è ospitabile e le strade non sono tirate a lucido. I muri non sono bianchi, ma imbrattati di graffiti ed il centro è l’unico posto dove puoi incontrare più di 10 persone.

Ci trovi il silenzio, non il caos. La quiete scende giù alle 6 del pomeriggio quando i negozi chiudono, e la maggior parte delle persone finisce di lavorare. Gli autobus si riempiono, di silenzio e di vita.

Le persone iniziano a parlarti alla fermata dell’autobus, su una panchina, al supermercato.
Iniziano a parlarti dal nulla, raccontando di sé, chiedendo di te.

Una delle cose più belle che ho riscontrato in questi ultimi giorni è stato proprio il piacere di ritrovarmi a parlare con perfetti sconosciuti, persone che offrono aiuto senza che tu neanche lo chieda. Che si avvicinano, senza che tu te ne accorga.

Entrano nella tua vita ed un attimo dopo sono già fuori.

Ho riscoperto la volontà di chi non ti conosce di sapere qualcosa di te, di scoprirti, di esplorarti.

Gli sconosciuti sono quasi meglio dei conoscenti.

Se ne stanno lì, per i fatti loro e non hanno nulla da invidiarti. Ci parli una volta e spariscono per sempre, lasciandoti solo un ricordo, arricchendoti di qualcosa che non hai mai avuto prima.
Come se fosse loro compito depositare un seme nella tua vita e sparire, lasciando che sia tu a coltivarlo.

Ancora, Bristol è natura. Bristol è piacere. Bristol è silenzio.

E’ un posto incontaminato, puro.

La sto scoprendo piano piano, con il tempo. Senza correre, senza mettermi fretta né pressioni; la sto scoprendo giorno dopo giorno, tra un sorriso di una sconosciuta e la parola di un collega di lavoro; la sto scoprendo nelle storie che mi vengono raccontate, nell’insolito modo di salutare che hanno gli inglesi quando al loro “hi, are you right?” non vogliono ascoltare per niente la tua risposta e così rimani da sola a parlare e spiegare che la tua giornata sta andando di merda. Mentre altri, l’aspettano eccome ed è così che a quell’imbarazzante attesa scende il silenzio tra sguardi incapaci di spiegarsi; la sto scoprendo tra i profumi, insoliti ma vari. Tra i cibi internazionali, ma mai locali; tra gli angoli delle strade in cui ci trovi mendicanti sempre pronti a chiederti qualche spiccio che, anche se non ricevono, ti ringraziano augurandoti una buona giornata; tra i colori del cielo quando tramonta il sole che, quando c’è, è davvero bellissimo.

La sto scoprendo senza disturbarla. Come se fin dall’inizio avessi avuto paura di entrarci, come se avessi dovuto farlo in punta di piedi per non dar fastidio a nessuno, per non creare scompensi o disordini.

La sto scoprendo ed inizia veramente a piacermi.

– strength.

Invece sei tu. Sei qui. Sei sola.

E’ da quando sono atterrata qui che ho iniziato a capire veramente cosa significhi essere sola. Quando spaesata, al ritiro bagagli, mi sono guardata attorno ed ho visto il vuoto. Mi sono ritrovata persa, senza sapere come né cosa fare, forse in una delle poche occasioni della mia vita.

Mi sono spaventata, sono quasi andata nel panico ed ho iniziato ad agire senza più pensare. Avrei voluto piangere, scoppiare in lacrime e lasciarmi consumare da me stessa lì. Sola.
Ma, ho iniziato a capire.

Essere sola.
Cosa significa? 

Guardarsi attorno e non ritrovare alcun viso conosciuto, voltarsi e non sapere a chi chiedere aiuto, aprire bocca e doversi esprimere in una lingua non propria.

Dover affrontare tutto solo e solamente con le proprie forze.
E se non ce la fai, non ci sarà nessuno ad aiutarti. Resterai al suolo, stremata, calpestata. Resterai lì fin quando non sarai così sul fondo che avrai necessariamente bisogno di rialzarti.

Non avrai nessuno che si preoccuperà per te, nessuno che ti chiederà se hai mangiato, se hai dormito, se la notte ti ha tenuta sveglia a pensare o se sei andata a dormire con il viso bagnato di lacrime di malinconia.

Nessuno che si accorgerà del tuo umore, del tuo stato d’animo, del modo in cui hai i capelli, del nuovo cambio di look o del maglione che hai appena comprato.

Nessuno a cui chiedere consiglio, che ti saprà dire cos’è giusto e cosa sbagliato per lui.

Ora però ho fatto una scelta. Se sia quella giusta nessuno può dirmelo, sono l’unica a poterlo scoprire. Ed è per questo che sono qui.

La vita è una continua scelta, non ci si può deviare la strada o evitare di intraprenderla. Ti colpisce, ti travolge, ti inonda con tutti i suoi dubbi e perplessità e ti costringe a scegliere. A puntare il dito verso una via.

Ma, sto iniziando a far mia questa solitudine.

Sto iniziando ad apprezzare tutte le piccole cose, tutto ciò che prima davo per scontato ora non è altro che parte integrante dei miei giorni.

In questi giorni ho imparato a bastare a me stessa.

Bastare a se stessi è solo un inizio, non un traguardo. Ma, può essere la cosa peggiore che possa capitare così come la migliore.

Bastare a se stessi significa non poggiarsi più a nessuno, neanche quando se ne sente veramente il bisogno. Bastare a se stessi significa non chiedere aiuto, risolvere sempre e solo tutto da sola. Bastare a se stessi significa cadere, e rialzarsi. Anche pieni di ferite ed ammaccature. Bastare a se stessi significa non volere nessuno al proprio fianco. nessuno a cui dover elemosinare attenzioni, nessuno a cui dover insegnare com’è che si costruisce un rapporto di coppia. Perchè si è completi, da soli.

Ci si basta.

Chiunque voglia entrare nella nostra vita dovrebbe soltanto arricchirci, non consumarci, non spegnerci.

Ho deciso che ce la posso fare.

Dove c’è la volontà c’è sempre una strada.

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